Sul numero 8 del mese di ottobre di Tecnica
Calzaturiera abbiamo parlato dei meccanismi del sistema distributivo cinese,
della segmentazione dei consumatori, di come si possono esportare le
calzature in Cina e di che cosa sta cambiando dopo l’ingresso di quest’ultima
nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).
Adesso passiamo a descrivere come, secondo la
ricerca (realizzata da Bexcel e Studio Ambrosetti), sia possibile
trasformare il proprio ingresso in questo mercato in un successo.
In Cina la creazione di notorietà della marca è particolarmente difficile e
richiede tempo oltre che, abbiamo detto poco fa, notevoli investimenti. Per
questo le probabilità di successo sono maggiori se il marchio gode già di
notorietà.
Il primo passo per costruire una strategia di successo è avere le idee
chiare sugli obiettivi che si intendono perseguire. Ciascuna azienda deve
quindi considerare realisticamente e attentamente il mercato di riferimento
e le possibilità che esso offre. Per riuscire a comprendere appieno questi
elementi, bisogna porsi qualche domanda: quale target di clienti si intende
raggiungere, che tipo di immagine del marchio si vuole proporre, qual è la
missione del prodotto (ad esempio, “la scarpa più comoda”, “la scarpa per le
donne in carriera”..) o qual è il fattore distintivo che sarà percepito dai
consumatori al momento della vendita? E’ l’insieme di queste risposte che
determina i punti chiave della strategia d’ingresso nel mercato delle
calzature cinesi. La fase successiva, quella della trasformazione delle
finalità strategiche adesso individuate in una serie di azioni ben definite,
è complessa e molto importante. Vediamo insieme quali sono le diverse strade
che si possono seguire per vendere le proprie scarpe con successo in Cina.
Come promuovere il proprio marchio: le fiere
Se siete degli operatori di fascia media o medio-alta e state entrando per
la prima volta nel mercato cinese, le fiere commerciali cinesi possono
costituire un modo efficace per la promozione del vostro marchio. Durante
queste manifestazioni inoltre, sebbene possa essere difficile concludere
operazioni commerciali, si possono avviare trattative preliminari tra
espositori e acquirenti. Tra le tante organizzate, è bene scegliere quelle
più importanti. Come? Basta controllare tramite gli uffici ICE locali il
numero di espositori e la presenza di grandi operatori.
Per ottimizzare l’investimento è consigliabile effettuare un’indagine
preliminare per ottenere nei dovuti tempi la localizzazione migliore e
negoziare sul prezzo. “E’ opportuno – si legge nella ricerca – affiancare
alla presenza fieristica anche un’attività promozionale, e fissare in
anticipo gli appuntamenti con i potenziali clienti”.
Il costo di uno stand in fiera dipende dalle dimensioni e dalle condizioni
economiche della zona in cui questa si tiene. Per un espositore estero un
prezzo medio, secondo la ricerca, potrebbe essere di circa 200 dollari al
metro quadro. Ma è anche possibile affittare uno stand o uno spazio in
condivisione con altre aziende. Sempre in posizione primaria però, perché la
confusione può attenuare l’impatto a livello di visibilità della singola
azienda. Per trasformare poi la partecipazione alla fiera in qualcosa di
utile sarebbe bene disporre già di una struttura di vendita, come agenti e
propri rappresentanti. Dopo un primo contatto è meglio controllare e
selezionare i clienti incontrati.
La distribuzione
In Cina per la distribuzione dei prodotti il metodo più diffuso è quello di
avvalersi di un agente di vendita o di un distributore locale. Soprattutto
agli inizi dell’attività, ma comunque per qualsiasi tipo di azienda, questo
è il modo più semplice per avvicinarsi al mercato. Solitamente, come abbiamo
meglio spiegato nella prima parte (pubblicata sul numero X del mese di X), i
distributori acquistano la merce ed eseguono le procedure per
l’importazione. Alcuni hanno una propria licenza per la vendita al
dettaglio, ma la maggior parte si avvale di licenze di vendita di
dettaglianti terzi, tramite un accordo di conto vendita presso i grandi
magazzini. Quando ci si affida ai distributori quindi, questi diventano i
tutori del marchio in Cina. Il primo passo da fare è trovare un buon agente.
Innanzitutto, visto che le buone relazioni costituiscono in Cina una delle
principali condizioni per distribuire con successo, bisogna verificare la
sua precedente esperienza (controllare anche la presenza di marchi noti), le
competenze settoriali e soprattutto le “conoscenze giuste” presso i
dettaglianti. “E’ sempre raccomandabile – si legge infatti nel rapporto –
esaminare l’elenco della clientela in portafoglio, compresi i clienti
potenziali, richiedendo una descrizione dei negozi e degli altri marchi che
vengono trattati”. Se poi si pensa di allestire spazi espositivi, è
necessario richiedere e concordare informazioni supplementari come, ad
esempio, il lay out del negozio. Secondo il rapporto sarebbe anche opportuno
chiedere le foto del punto vendita e della presentazione dei prodotti. Il
programma di apertura dei corner e l’elenco della clientela dovrebbero
essere compresi nel contratto e sottoposti a controllo e revisione
periodica.
Altro punto chiave da non dimenticarsi al momento della stipulazione del
contratto è la merce invenduta e il relativo smaltimento. I distributori
infatti ne conservano la proprietà e a questo proposito è necessario
chiarirne la destinazione. Sarebbe l’ideale scegliere un distributore
nazionale, dal momento che è difficile controllare l’attività dei subagenti.
I distributori acquistano la merce a prezzo di listino e poi applicano il
proprio ricarico, che in genere è pari al 100% dopo aver pagato dogane e
tasse. Conoscendo il prezzo finale al dettaglio e il posizionamento
pianificato, ogni impresa può così decidere l’eventuale sconto in listino da
praticare al distributore. I vantaggi di questo sistema di promozione sono
discreti in quanto gli agenti distributori gestiscono la distribuzione e la
vendita anche per i prodotti di media qualità, e il rischio a breve termine
è abbastanza ridotto. Inoltre, secondo la ricerca, i volumi dei prodotti
venduti possono essere elevati in quanto gli agenti accedono a grandi
magazzini di dimensioni notevoli e a centri commerciali in diverse aree.
C’è però anche il rovescio della medaglia. Per le aziende estere infatti vi
è il rischio di avere un controllo nullo o limitato sulle azioni del
distributore e sulla relativa base clienti. I distributori poi tendono ad
avere una scarsa sensibilità alla richiesta di innovazione da parte del
mercato e reagiscono lentamente ai cambiamenti. Il rischio maggiore quindi è
quello di ritrovarsi, nel lungo termine, ad avere una presenza sul mercato
non adeguata. In quest’ottica la scelta del distributore è di fondamentale
importanza. E’ essenziale conoscerne la reputazione e i canali usati per la
vendita al dettaglio. “Il distributore deve essere come un partner – si
legge nel rapporto – in quanto le sue azioni determinano il posizionamento e
la futura percezione del marchio nel mercato”. La pianificazione
dell’attività, la definizione delle linee guida e il controllo dei risultati
sono di grande importanza, quasi quanto la continuità nel rapporto. Secondo
la ricerca poi un passo indispensabile è indicare gli obiettivi di vendita
sia all’ingrosso, sia al dettaglio.
La vendita al dettaglio
Il conto vendita è la formula più tipica in un grande magazzino o in un
centro commerciale e, trattandosi del metodo di vendita più diffuso in
assoluto, è adatto a qualsiasi tipo di azienda.
Piuttosto che acquistare o vendere la merce direttamente, la maggior parte
di questi grandi centri preferisce dare in affitto lo spazio, per evitare i
rischi correlati al rendimento delle vendite (rimanenze e rischi
finanziari). L’affitto da corrispondere può essere una cifra fissa, una
percentuale del fatturato totale o una combinazione di entrambe le cose,
dove la componente fissa rappresenta una forma di minimo garantito. La prima
regola per ottenere dei risultati è quella di occupare la posizione
migliore. “E’ sempre consigliabile controllare il reparto nel quale vengono
venduti i prodotti – si legge nel rapporto - oltre che la posizione degli
spazi affittati”. E’ molto importante inoltre essere presenti in aree
strategiche dove, ad esempio, si vendono già scarpe importate e
possibilmente anche di produzione italiana. In Cina spesso i grandi
magazzini tendono a mescolare negli scaffali gli assortimenti di calzature
locali e importate, abbassando l’immagine del marchio e creando confusione.
Va prestata attenzione quindi anche a questo particolare.
Il costo per questo tipo di vendita varia a seconda della tipologia e del
livello dei grandi magazzini o della notorietà dei marchi delle scarpe
importate. Secondo la ricerca, di solito l’agente o distributore, che deve
garantire un minimo fisso al mese e pagare percentuali fisse sul fatturato
(in genere del 25% circa), collabora con i grandi magazzini per la vendita
delle calzature. C’è un margine però per contrattare perché se il marchio è
famoso i canoni possono essere più bassi. Ma quali sono i vantaggi e gli
svantaggi per chi decide di affidarsi alla vendita al dettaglio? Un punto a
favore sono i costi, prevalentemente sostenuti dal distributore che fornisce
tutti i servizi generali tra cui il personale di vendita. I dettaglianti
cinesi però tendono a mescolare prodotti di stagioni diverse, merce nuova e
vecchia e, come accennavamo prima, anche diversi marchi. Quindi, a meno che
l’impresa o il distributore stesso non possa permettersi di assumere propri
coordinatori per le vendite è difficile controllare la presentazione del
prodotto presso il punto vendita. Un suggerimento strategico potrebbe essere
quello di negoziare spazi dedicati, almeno nei principali magazzini. Ma
questo a patto, naturalmente, che l’impresa goda di una forte immagine di
marchio o intenda seguire una politica di affermazione del marchio. “Per
coloro che possono fare affidamento su un proprio concetto di negozio – si
legge nel rapporto - l’alternativa di avere spazi espositivi allestiti (dove
si forniscono solo elementi d’arredo, senza arrivare ad interventi
strutturali) rappresenta un’opzione migliore”.
---- Inizio Box
Titolino: I corner di un grande magazzino
L’allestimento di un corner nei principali grandi magazzini è un’evoluzione
della politica del conto vendita. I corner, aree dedicate dove i prodotti
sono presentati e venduti in base a criteri espositivi specifici, permettono
alle aziende di esprimere la propria identità di marca. Per questo
generalmente le aziende forniscono, direttamente o tramite i distributori,
le insegne, gli elementi d’arredo e tutto ciò che serve all’esposizione dei
prodotti. Le raccomandazioni fatte per il conto vendita vanno enfatizzate: i
corner rappresentano un costo per l’impresa e, mentre le aziende di fascia
alta si possono permettere di inviare l’arredamento e tutto il materiale
dall’Italia, quelle di livello medio-alto possono ricorrere ai produttori
locali. Il costo da sostenere è maggiore rispetto a quello del conto vendita
(si passa ad un 25-30% del fatturato globale), fondamentalmente per la
necessità di avere posizioni migliori all’interno dei grandi magazzini, e
varia in funzione delle linee guida che vuole seguire l’azienda e della
provenienza dei materiali usati. Senza dubbio però il rovescio della
medaglia c’è. Secondo la ricerca infatti, questo è il metodo migliore per
vendere in un grande magazzino in quanto garantisce una buona esposizione
del prodotto e crea notorietà. E’ altresì vero però che sarebbe opportuno
possedere già un’esperienza di vendita al dettaglio e di gestione di corner.
“Si raccomanda di pianificare con cura l’apertura. In una prospettiva ideale
poi – si legge nel rapporto – ‘l’apertura di spazi espositivi, a determinate
condizioni’ dovrebbe essere inclusa nel contratto con il distributore come
clausola specifica”. Se un’impresa possiede già un marchio largamente
conosciuto è possibile chiedere ai distributori di assumersi l’onere
dell’investimento, in parte o completamente.
---- Fine box
I negozi multimarca e monomarca
In Cina, i negozimultimarca di sole calzature sono pochissimi e, in
generale, ancora limitati rispetto alle altre forme di vendita al dettaglio,
specialmente per le fasce alte del mercato. E’ possibile trovare questi
negozi in hotel di lusso, in grandi città e soprattutto in aree molto
costose dove l’ingresso può rivelarsi difficoltoso. Ma perché allora si
dovrebbe investire in un negozio multimarca? Secondo la ricerca, questo
canale si svilupperà notevolmente con l’ingresso della Cina nella WTO (di
cui abbiamo ampiamente parlato nella prima parte). Al momento però è
consigliabile controllare i quantitativi di vendita e, per la promozione del
marchio, rivolgersi solo a esercizi che operano ai livelli più alti del
mercato. L’ordine medio infatti è decisamente inferiore a quello dei grandi
magazzini, e non sempre i risultati sono buoni. Un altro vantaggio di questo
tipo di vendita è che i negozi che operano nella fascia alta del mercato
sono tenuti in grande considerazione dai consumatori abbienti cinesi, e
costituiscono degli efficaci strumenti per veicolare l’immagine del marchio.
Nel medio - lungo termine poi, se il negozio è di dimensioni adeguate, si
può contrattare per la creazione di spazi espositivi o aree dedicate, che
(anche se costosi) richiedono di certo un investimento meno cospicuo
rispetto ad una boutique indipendente. I negozi multimarca di fascia alta,
che vendono soltanto marchi importanti, non hanno alcun costo per i
fornitori (a meno che non si voglia un corner. In questo caso può essere
richiesto un contributo). La presenza in hotel di lusso può essere invece
molto costosa. Nel settore di fascia bassa i piccoli negozi decidono gli
acquisti da effettuare senza costi per il fornitore e la maggioranza dei
negozi multimarca acquista merce direttamente alle fiere o dagli agenti. A
meno che il negozio non sia famoso o non si trovi presso hotel di lusso, si
consiglia un po’ di attenzione nel vendere volumi eccessivi: capita spesso,
infatti, che i negozi indipendenti cessino l’attività. Per non parlare del
rischio che l’invenduto si accumuli e che rimangano in esposizione prodotti
datati per molte stagioni. E’ importante quindi controllare stagione dopo
stagione che le unità siano state vendute.
Per i negozi monomarca invece la situazione è molto diversa. Poche aziende
hanno la possibilità di aprire una propria boutique e al momento in Cina è
difficile trovare negozi monomarca che vendano esclusivamente calzature.
Proprio per questo essendo pochi i “fortunati” questo è lo strumento
principale per la creazione di un’immagine di marca forte. E’ opportuno,
come per gli altri negozi, trovare la posizione giusta e controllare che
rimanga tale: le localizzazioni migliori, secondo la ricerca, oggigiorno
sono quelle nei nuovi centri commerciali (al piano terra) dove l’afflusso di
persone è più intenso rispetto a quello su strada normale. Il costo da
sostenere in aree prestigiose è abbastanza elevato: l’affitto al China World
Trade Center di Pechino, ad esempio, è pari a 2.000 dollari al metro quadro
all’anno. Ma anche nei negozi specializzati e negli hotel di fascia alta gli
affitti non sono molto più economici e vanno da un minimo di 1.000 dollari
ad un massimo di 2.000 dollari circa a metro quadro all’anno. E’ altresì
vero che a seconda dell’azienda i prezzi variano: la trattativa è quindi di
notevole importanza per il prezzo finale. Attenzione agli svantaggi, che
purtroppo non mancano: i tempi per rientrare dagli investimenti e dai costi
di gestione sono abbastanza lunghi. Si rischia così che passino anni prima
che il negozio diventi redditizio. Al momento in Cina, secondo la ricerca,
la maggior parte degli operatori è ancora in perdita. Un buon consiglio è
quindi quello di aprire in città secondarie (come Dalian o Shenzhen) in modo
da conoscere le reazioni del mercato e testare la validità del prodotto. In
queste città poi i costi sono più bassi e, in caso di fallimento, il rischio
in termini di immagine è minore. “Si consiglia di non investire in negozi
monomarca, a meno che l’impresa non possieda già un marchio affermato e una
formula collaudata sui principali mercati” si legge nel rapporto.
Aprire degli uffici propri
In Cina, la scelta di aprire un proprio ufficio è decisamente strategica. La
sede può svolgere ruolo di rappresentanza o, come nel caso delle joint
venture (di cui abbiamo parlato nella prima parte), anche attività
amministrative, come le procedure di import/export, e di vendita.
In considerazione degli elevati investimenti, è fondamentale ricercare e
selezionare il personale sul posto. Quello direttivo, in particolare, deve
avere un’esperienza e una conoscenza completa del paese, del mercato e di
tutte le sue procedure.
Nelle città target, di cui parleremo meglio più avanti e a cui abbiamo fatto
riferimento nella prima parte, i canoni d’affitto sono più o meno simili ed
è possibile trovare allo stesso modo uffici costosi ed economici. In base al
diverso livello degli edifici adibiti a uffici, gli affitti sono mediamente
di 28 dollari al metro quadro mensili. A Pechino oscillano tra i 15 e i 30
dollari al metro quadro mensili. Le dimensioni del locale variano a seconda
che si voglia o meno avere anche uno spazio espositivo per la vendita.
I vantaggi sono molti. Innanzitutto il personale aziendale ha in genere una
maggiore conoscenza dei prodotti e del marchio dell’azienda. Se l’ufficio
poi è gestito adeguatamente, i rischi a lungo termine (determinati ad
esempio da un errato posizionamento) sono limitati. I volumi richiesti per
avere un ritorno degli investimenti sono spesso notevoli e, proprio per
questo, la maggior parte degli operatori che avviano propri uffici è
coinvolta in attività di produzione locale. Data la presenza minima dei
negozi multimarca, negli uffici stessi è necessario che vi siano spazi
espositivi per la vendita.
---- Inizio Box
Titolino: I grandi magazzini e i negozi delle città
In Cina, nei grandi magazzini locali, generalmente è il reparto acquisti che
seleziona la merce. I marchi stranieri a volte vengono cercati e acquistati
direttamente all’estero: raramente vengono contattati direttamente i
produttori e nella maggior parte dei casi sono gli agenti (con i quali
esiste già un rapporto d’affari per altri prodotti) che se ne occupano.
Quando un’azienda è alla ricerca di un agente di distribuzione deve tenere
conto delle sue commissioni (che possono essere elevate) e della capacità di
magazzino. “Normalmente un agente ordina scarpe in anticipo – si legge nel
rapporto – e di conseguenza possiede scorte per un anno, almeno 2.000/3.000
paia”. Nel scegliere un agente, come dicevamo prima, bisogna tenere in
considerazione il suo portafoglio clienti, la copertura nella zona e i
marchi rappresentati. Secondo la ricerca, le aziende straniere potranno
vendere direttamente i propri prodotti ai consumatori solo dal 2005, anno in
cui la Cina aprirà il mercato al dettaglio. In questo modo, ogni azienda
deve vendere le calzature attraverso una società cinese, sia essa una
filiale fondata sul territorio cinese o un agente di distribuzione. Le
scarpe italiane godono di un’ottima reputazione anche se, a causa del prezzo
elevato, non sono ancora prese in considerazione dalla maggior parte dei
consumatori cinesi.
Ma come si può creare un marchio in Cina? L’ICE (Istituto nazionale per il
Commercio Estero), ad esempio, organizza incontri per il lancio di nuovi
prodotti, al fine di presentare marchi e ditte sul territorio cinese. Ci può
poi essere la promozione attiva da parte dei produttori, le esposizioni di
moda e le mostre di scarpe.
---- Fine box
L’importanza del marchio di fabbrica
Uno dei principali problemi che deve affrontare un investitore
internazionale che intenda operare nel mercato cinese è quello
dell’inadeguata protezione dei diritti di proprietà. “In considerazione
dell’elevato livello di importanza dei diritti di proprietà intellettuale
relativi alle calzature italiane – si legge nella ricerca – una corretta
protezione dei diritti d’autore è un elemento essenziale per un’efficace
strategia di ingresso nel mercato cinese”. Grazie all’entrata della Cina
nella WTO, le leggi sulla protezione dei diritti d’autore sono state
migliorate per essere in linea con quelle internazionali. Vediamo di seguito
le azioni indispensabili da compiere per gestire con successo la protezione
dei diritti d’autore in Cina.
Per le aziende che intendono esportare le proprie calzature nel mercato
cinese, è essenziale una buona gestione del processo di registrazione del
marchio. In primo luogo perché, in caso di violazioni, i marchi registrati
in Cina sono protetti dalle leggi cinesi. In secondo luogo perché le legge
cinese segue il principio della priorità di registrazione, per cui la
legittima proprietà spetta a chi per primo registra il marchio. “In questo
caso, il proprietario effettivo del marchio – si legge nel rapporto - non
soltanto subirebbe un pregiudizio in conseguenza dell’utilizzo di terzi, ma
non sarebbe più in grado di vendere il proprio prodotto sul mercato cinese,
perché ciò causerebbe una violazione dei diritti del soggetto che l’ha
registrato per primo”. E qui c’è anche spazio per l’estorsione, se ben ci si
pensa: una terza impresa potrebbe acquisire i diritti su un marchio altrui
per rivenderli al legittimo proprietario a un prezzo più elevato. Proprio
per evitare queste complicazioni, le aziende che vogliono vendere le
calzature sul mercato cinese è bene che registrino quanto prima il proprio
marchio in Cina. Quando un’impresa ha già registrato il marchio in Italia
può chiedere l’estensione al territorio cinese secondo le norme della
Convenzione di Madrid del 1989 sulla registrazione del marchio
internazionale. Il costo di questa operazione si aggira sugli 820 euro circa
(a cui va aggiunta l’IVA), e permette di registrare il marchio in tre
diverse categorie di prodotto. Diversamente, si può chiedere direttamente la
registrazione in Cina tramite l’Ufficio Marchi di Pechino. Quest’ultima però
costa 1.500 euro più IVA, per ogni categoria. In entrambi i casi è
necessario, secondo la ricerca, presentare specifica richiesta per ogni
classe di prodotto.
Applicando la convenzione di Madrid in particolare, l’agenzia incaricata
presenterà la domanda di registrazione all’Ufficio Marchi senza l’intervento
di un intermediario. “La legge impone il ricorso ad agenzie nominate
dall’Amministrazione di stato cinese per l’Industria e il Commercio” dice la
ricerca. Generalmente per ottenere la registrazione sono necessari almeno 18
mesi dal momento in cui si è presentata la domanda. Se non vi sono
obiezioni, l’Ufficio rilascia un certificato di registrazione, valido per 10
anni dalla data di emissione e rinnovabile, previo pagamento di una tassa
supplementare, sei mesi prima della scadenza.
Per una strategia accorta, un elemento indispensabile per il processo di
registrazione del marchio in Cina è legato alla traduzione del nome del
marchio in lingua cinese. Non è ovviamente la legge che lo richiede, ma se
una società straniera non crea una versione cinese i clienti ne
realizzeranno gradualmente una con una fonetica analoga, che potrebbe però
non avere nulla a che fare con il prodotto. E’ importante sapere poi che una
singola parola espressa in caratteri occidentali può essere scritta in molti
modi diversi in caratteri cinesi. La versione cinese del marchio dovrebbe
contenere un messaggio chiaro e preciso, coerente con la cultura locale, ed
essere facile da ricordare e da riconoscere. Il primo errore da evitare è
quello di registrare semplicemente il nome con una singola traduzione in
cinese, senza un significato particolare nella nuova lingua. In questo modo,
“viene lasciata a terzi la possibilità di registrare un nuovo marchio in
cinese, conforme alle aspettative della popolazione con un conseguente
pregiudizio per il marchio originale”, come si legge nella ricerca. Un
secondo errore è quello di registrare in cinese soltanto un marchio, senza
tener conto di altre trascrizioni possibili che trarranno in inganno il
cliente danneggiando il marchio originale.
---- Inizio Box
Titolino: Una strategia attiva
La scelta tra la registrazione effettuata direttamente in Cina o quella
tramite l’applicazione della Convenzione di Madrid non dovrebbe basarsi
soltanto sulla differenza di costo tra una e l’altra, ma anche
sull’efficacia prospettata. “Sebbene l’estensione in Cina tramite la
Convenzione di Madrid sia più economica, una registrazione diretta in
conformità alle leggi cinesi è molto più efficace” si legge a questo
proposito nella ricerca. A far la differenza soprattutto le variabili
psicologiche e culturali. Registrando il marchio direttamente, ad esempio,
il proprietario delle calzature si affida alle autorità cinesi, creando un
incentivo per la collaborazione delle stesse nell’imporre il diritto di
acquisto. Se queste poi hanno fiducia nel soggetto straniero, faranno il
possibile per salvaguardare la rispettabilità del proprio sistema legale.
Come instaurare un buon rapporto? Bisogna avere una strategia attiva: dopo
aver registrato il marchio in conformità alle leggi, una società straniera
dovrebbe recarsi presso le autorità locali nell’area in cui vengono venduti
i suoi prodotti, per presentarsi e far conoscere le calzature. Secondo il
rapporto, questa è l’occasione per informare le autorità in merito
all’esistenza di una nuova impresa e comunicare il proprio rispetto per le
leggi cinesi. Questo tipo di relazioni nella maggior parte dei casi richiede
una sede permanente in Cina, che possa essere un punto di riferimento per le
autorità e un mezzo per promuovere e mantenere buoni rapporti. “Le ditte
italiane che hanno applicato la strategia attiva sono oggi in grado di
ottenere la piena collaborazione delle autorità cinesi e possono chiedere
alle forze dell’ordine di perseguire le violazioni del marchio e assicurare
i responsabili alla giustizia” dice la ricerca.
---- Fine box
Per capire il mercato calzaturiero
In Cina, il consumo di calzature importate si concentra nelle aree
economicamente più sviluppate, in particolare nelle grandi città. Pechino,
come capitale, è stata la pioniera per le merci importate, comprese le
scarpe provenienti dall’estero. Shanghai ha gradualmente acquistato la
posizione di “centro finanziario” dell’Asia, come dice la ricerca. Dal punto
di vista geografico e storico, Guangzhou rappresenta la porta di accesso ad
Hong Kong, Macau e agli altri stati del sud-est. Queste tre città, più delle
altre prese a campione (di cui abbiamo visto la cartina nella prima parte)
acquistano quindi una rilevanza fondamentale per la comprensione e lo studio
del mercato calzaturiero in Cina.
Pechino rappresenta la finestra sul mondo. I giochi olimpici che vi si
terranno nel 2008 attireranno maggiori investimenti dall’estero e daranno
l’impulso di costruzione delle città oltre che promuovere lo sviluppo
economico. Questa città è un mercato fondamentale per le calzature importate
anche se, a confronto delle scarpe di produzione nazionale, quelle importate
occupano una quota di mercato abbastanza modesta. Esistono solo una dozzina
di grandi magazzini, e ancora meno negozi specializzati che vendono scarpe
importate. I primi sono centri al dettaglio, di fascia relativamente alta,
localizzati in diversi distretti e posseggono la quota maggiore nella
vendita di scarpe importate. Tra questi, Yansha Youyi Shopping City, Parkson
Shopping Center e Beijing Sci-Tech Shopping Center sono i centri più
importanti. Tutti e tre espongono circa 30 marchi diversi, ma solo i primi
due importano direttamente i prodotti dall’estero. Per quanto concerne i
criteri di selezione delle marche, i grandi magazzini scelgono in base a
prezzo, design e reputazione del marchio. E’ essenziale quindi che lo stile
sia adatto al mercato cinese. I negozi specializzati invece, come dicevamo
prima, sono pochissimi e localizzati in hotel di lusso o edifici di fascia
alta adibiti a uffici come il Palace Hotel e il China International Trade
Center.
Shanghai è detta “la perla orientale” della Cina. In posizione vantaggiosa,
è un importante centro per il commercio nazionale. Il mercato calzaturiero
di questa città comprende diversi grandi magazzini e hotel a cinque stelle
che vendono calzature importate. “In gran parte – si legge nella ricerca –
si tratta di scarpe di alto valore, sia per uomo sia per donna”. Vengono
anche importate calzature sportive dalla Malesia e dalla Tailandia, a prezzi
inferiori però rispetto ad altri tipi di scarpe. In questa città, gli
stranieri rappresentano i consumatori stabili, insieme a impiegati e
imprenditori. I consumatori normalmente hanno più di 30 anni. Va da sé che
con il crescere dell’età aumenta anche la preferenza per un modello più
classico. Quanto al prezzo invece, l’accettabilità dipende dal luogo di
produzione: secondo la ricerca, vi è la disponibilità a pagare un prezzo più
elevato per prodotti d’importazione autentici.
Guangzhou è la città portuale più importante della Cina meridionale e con i
suoi 10 milioni di abitanti è il centro principale della Cina continentale
per l’importazione e l’esportazione di calzature. Per tradizione Guangzhou è
considerata la città attraverso la quale introdurre i prodotti in Cina,
grazie alle procedure doganali semplificate, all’efficienza globale del
business, ai canali distributivi ben sviluppati. Rispetto a Pechino e a
Shanghai comunque bisogna considerare che i grandi magazzini o i negozi in
questa città vendono le calzature importate in quantità inferiore.
Altre città, come Dalian, sono un mercato attivo per le scarpe importate
nella Cina continentale. Sebbene il numero dei grandi magazzini che vendono
calzature importate non sia elevato, la situazione è buona. “A Chengdu
esiste un gruppo di ricchi consumatori” si legge nella ricerca, mentre
Hangzhou è un buon mercato per le scarpe importate, che provengono
principalmente dall’Italia.
A Qingdao la situazione invece non è ottimale, e gran parte delle calzature
vendute nei grandi magazzini di livello medio/alto è ancora di produzione
locale. Per il futuro però, stando alla ricerca, grazie al miglioramento del
tenore di vita e allo sviluppo economico, si prospetta un grande potenziale
per questo tipo di prodotti. Lo stesso si può dire per Shenyang, nella Cina
nordorientale (al centro della provincia di Liaoning), dove esistono solo
quattro grandi centri che vendono scarpe di importazione, e che rappresenta
secondo il rapporto “un mercato in via di sviluppo per le scarpe importate
in Cina”.
Shenzhen, città florida economicamente, ha un mercato in rapida crescita
anche se le vendite sono ancora limitate e si concentrano tra professionisti
e uomini d’affari con redditi elevati.