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Il mercato delle importazioni di calzature
italiane in Cina sembra essere molto promettente. Almeno stando ad una
recente ricerca commissionata dall’Associazione nazionale calzaturifici
italiani (ANCI) all’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE) e
realizzata da Bexcel e Studio Ambrosetti.
Le due società hanno analizzato in particolare il sistema distributivo
cinese. L’obiettivo? Fornire una serie di strumenti e di dati alle imprese
italiane che intendono “aggredire” il mercato calzaturiero del paese
asiatico. L’indagine è stata effettuata intervistando operatori del settore
(manager dei grandi magazzini, importatori, distributori, funzionari
amministrativi, responsabili e dirigenti commerciali) e, sulla base di fonti
di varia natura (Internet, riviste, quotidiani e servizi informativi
online…), si è concentrata su dodici città cinesi ritenute particolarmente
rappresentative (figura 1).
Il mercato calzaturiero cinese
La Cina è diventata negli ultimi venti anni, un mercato rilevante per la
produzione e il consumo di calzature, anche se in prevalenza nel settore di
fascia bassa. Con un aumento costante anno dopo anno, le basi manifatturiere
si sono diffuse in tutto il paese, concentrandosi prevalentemente però nelle
città di Chengdu, Guangzhou, Wenzhou e Quanzhou.
Qualche numero basta per rendersi conto di quanto il mercato cinese sia
florido: nel 2001 ad esempio la produzione di calzature ha raggiunto i 6
miliardi di paia, di cui 4 miliardi esportati nel resto del mondo,
soprattutto verso Stati Uniti, Giappone, Russia, nazioni europee e
Australia. Secondo le Statistiche Doganali Cinesi, il valore delle
esportazioni è stato pari a 9.672 milioni di dollari nel 2001. Tanto da
rendere la Cina, come si legge nella ricerca “leader mondiale nella
produzione di calzature” (figura 2). Di fatti, da sola copre ben il 50%
dell’intera produzione calzaturiera mondiale. Seconda è l’India, con il 15%.
Terza l’Indonesia con una percentuale del 10%. All’Italia spetta il sesto
posto, con il 3% (figura 3).
E’ anche vero che se la produzione e l’esportazione sono significativi, il
mercato cinese di importazione è invece decisamente piccolo e poco
rilevante: copre infatti una percentuale inferiore all’1% del mercato totale
delle calzature. I motivi sono da ricercarsi nel basso livello di reddito
pro capite dei cinesi, che li costringe ad acquistare calzature di qualità
medio bassa di produzione interna. Solo il 5% della popolazione (manager con
elevati redditi, stranieri, impiegati, uomini d’affari e operatori del mondo
dello spettacolo) può permettersi di acquistare infatti calzature
d’importazione. Così, dei quattro tipi principali di calzature (in cuoio, in
tela, in plastica e in gomma), la produzione cinese si focalizza proprio
sulle scarpe in plastica, economiche e di qualità medio bassa. Non a caso il
paese produce due terzi del totale mondiale di calzature in plastica e più
di due miliardi all’anno in cuoio, anche queste di fascia bassa. A
concorrere ai prezzi finali contenuti delle scarpe cinesi vi sono i costi
della manodopera molto bassi e la modesta qualità dei materiali di
produzione. Quest’ultimo aspetto ovviamente riduce la qualità complessiva
delle calzature. Secondo il rapporto, in Europa è possibile comprare un paio
di scarpe cinesi ad un settimo del prezzo delle calzature europee di
produzione nazionale. Le scarpe di qualità medio alta prodotte internamente
costano mediamente 24 dollari, ma la maggior parte delle scarpe è venduta ad
un prezzo inferiore ai 12 dollari (figura 4).
Le calzature importate
Pur costituendo a stento, come dicevamo prima, l’1 per cento del mercato
totale delle calzature, l’importazione di scarpe in Cina si è molto
sviluppata nel corso degli ultimi tre anni. Nel 1999 si sono registrate
importazioni per 15 milioni di dollari. Questo valore è passato ai 28
milioni di dollari del 2000, per balzare ai 41 milioni di dollari del 2001.
Anno in cui l’Italia è stata il Paese che ha esportato più calzature in
Cina, con una percentuale del 27,4% del valore totale delle importazioni
cinesi. L’Indonesia si è guadagnata il secondo posto (9%), seguita dal
Vietnam (8%).
In Cina, nonostante le preferenze dei consumatori si stiano spostando verso
prodotti di qualità più elevata, i calzaturifici limitano ancora molto la
produzione di articoli di fascia alta. In Italia, invece, le calzature
esportate in Cina appartengono ad un quartile superiore che va dai 350 ai
1.000 dollari. Anche la Francia vende scarpe di questa fascia. Regno Unito e
Spagna invece si posizionano nel quartile medio alto che va dai 150 ai 350
dollari (figura 5). Come si può vedere, le differenze di prezzo esistenti
tra quelle di produzione nazionale e quelle importate sono infatti
rilevanti. “Dopo l’aggiunta delle tariffe doganali e dei ricarichi da parte
dei distributori e dettaglianti – si legge nella ricerca - un paio di scarpe
in cuoio importate può facilmente essere venduto al consumatore finale ad un
prezzo superiore ai 36 dollari”. Una cifra che un consumatore cinese medio
non può proprio permettersi.
Attualmente il mercato della vendita delle calzature si sta evolvendo per
passare da prodotti di fascia prevalentemente bassa ad articoli di qualità
superiore. Secondo il rapporto i prezzi non sono eccessivamente cambiati, ma
il consumatore medio cinese sembra disposto a spendere di più per scarpe di
qualità maggiore, come dimostra l’aumento negli acquisti di calzature il cui
prezzo è compreso tra i 18 e i 24 dollari. Il settore dell’importazione però
non riflette ancora questa tendenza allo spostamento verso prodotti in cuoio
di qualità superiore e dal design occidentale. Secondo stime di HKDTC (Ente
per la promozione del commercio internazionale di Hong Kong), dei quattro
tipi di scarpe esistenti, il consumo di quelle in cuoio è aumentato passando
dal 9% al 35% in soli cinque anni. Adesso poi il consumatore cinese si
rivolge con crescente interesse all’acquisto di modelli occidentali. Il
reddito pro capite inoltre si è triplicato e i prezzi al consumatore non
hanno subito grandi variazioni, permettendo così di acquistare prodotti di
qualità migliore a prezzi più elevati.
---- Inizio Box
Titolino: La segmentazione dei consumatori, tassello importante
E’ importante, per affinare la strategia di ingresso, capire la
segmentazione dei consumatori nel mercato delle calzature cinese. Diverse le
fasce d’età e i sessi che comprano un tipo o un altro di scarpe. Quelle
sportive, ad esempio, tendono ad essere maggiormente diffuse tra i giovani.
Gli adulti preferiscono invece calzature eleganti o casual.
Secondo il rapporto, le scarpe da uomo che vanno per la maggiore sono
pratiche, con un design semplice e di colore nero. Le consumatrici cinesi
invece preferiscono scarpe con tacchi e acquistano di più prodotti in
svariati modelli e colori. Per quanto riguarda gli acquirenti in Cina di
scarpe di importazione, generalmente hanno un’età compresa tra i 30 e i 40
anni e risiedono nelle principali città. “Anche viaggiatori e turisti – si
legge - acquistano occasionalmente calzature di marca, di fascia molto
alta”. Gli acquirenti però sono soprattutto imprenditori, proprietari di
attività private o professionisti di sesso maschile. Le calzature
d’importazione sono acquistate in percentuali significative anche, in città
come Pechino o Shanghai, dai commercianti stranieri che vivono e lavorano in
Cina.
Ma, nonostante quasi 100 milioni di individui ogni anno comprino scarpe, la
vendita di calzature con prezzo superiore ai 36 dollari rappresenta una
quota modesta.
Secondo la ricerca, la vendita di scarpe sembra essere più rilevante nelle
aree che presentano una concentrazione di stranieri o nelle quali
l’influenza estera è maggiore, come hotel di fascia alta e centri
commerciali. In particolari occasioni poi o feste, come il Natale, le
vendite subiscono forti incrementi. “Questo perché gli stranieri – dice la
ricerca - che generalmente pagano tra i 240 e i 360 dollari, nelle festività
sono disposti ad affrontare spese ancora più rilevanti”.
---- Fine box
A chi vendere?
Una società straniera che importi beni di prezzo elevato e di buona qualità
non deve avere come obiettivo un mercato di un miliardo di persone, ma una
popolazione target molto più limitata. E’ importante capire poi che questo
campione di popolazione è concentrato in specifiche aree geografiche e in
particolari segmenti demografici, in modo da poter identificare i diversi
soggetti per renderli un target di vendita.
Tra le differenti aree della Cina esistono squilibri economici. In figura 6
è possibile notare infatti come in ciascuna delle città analizzate il
reddito disponibile e la spesa mensile per le calzature e l’abbigliamento
siano molto diversi. I cittadini di Pechino ad esempio possiedono un
notevole reddito e sostengono elevate spese e così anche per la città di
Shanghai. Una città come Dalian, al contrario, è caratterizzata da un
reddito pro capite che è meno della metà di quello di Pechino. Nelle altre
nove città target le calzature importate sono presenti in misura inferiore e
con numero minore di marchi e a volte, sottolinea il rapporto, fungono da
oggetti d’esposizione per promuovere quelle prodotte sul territorio
nazionale.
Cosa cambierà con l’ingresso della Cina nella WTO
Dopo più di un decennio di trattative multilaterali e bilaterali, la Cina
nel 2001 è entrata a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO). Il paese ha dovuto sottoscrivere numerosi accordi commerciali, tra i
quali uno con l’Unione Europea e, come si legge nel rapporto, “le è stata
chiesta l’implementazione delle politiche di libero commercio descritte nel
protocollo di adesione alla WTO”. Come cambierà in base a queste modifiche
la situazione in Cina e chi ne subirà l’influenza? La ricerca prende in
considerazione quattro cambiamenti immediati fondamentali per il commercio
al dettaglio internazionale delle calzature.
Il primo riguarda le quote d’importazione sulle calzature cinesi importate
in UE, che impediscono a queste ultime, meno costose, di invadere il mercato
europeo e di competere con articoli europei di produzione nazionale venduti
a prezzi più elevati. Un accordo bilaterale tra UE e Cina antecedente
all’adesione al WTO prevede però l’annullamento graduale di tali quote nel
corso di cinque anni, fino alla loro completa eliminazione. Questo sarà un
cambiamento che non modificherà le esportazioni europee in Cina, ma che
influirà sul mercato calzaturiero europeo. E sulla bilancia commerciale
globale (per il settore delle calzature) tra la Cina e l’UE. Ad abolizione
avvenuta, il mercato europeo sarà infatti invaso dalle scarpe cinesi che, se
pure di qualità inferiore, hanno il gran vantaggio di costare decisamente
poco. Secondo quanto si legge nel rapporto, i produttori europei dovranno
quindi affrontare una seria concorrenza e ogni impresa che intenda
introdursi in questo settore dovrà tenere in considerazione la natura
mutevole del commercio calzaturiero bilaterale e di quello nazionale. La
Cina da parte sua non ha mai applicato barriere non tariffarie, come le
quote, e in futuro non potrà più farlo perché l’ingresso nella WTO glielo
impedirà.
Altri tre cambiamenti avranno invece un impatto diretto sull’esportazione di
scarpe in Cina e come effetto l’apertura dei mercati cinesi. Il più incisivo
tra questi è forse l’abbassamento delle tariffe sulle merci importate. “Da
alcuni anni infatti la Cina – si legge nella ricerca - impone una tariffa,
potenzialmente su tutte le merci importate, con un tasso medio del 25% circa
anche se in genere per i prodotti al dettaglio sono previsti tassi molto più
elevati”. Come dicevamo prima, in conformità al protocollo d’adesione alla
WTO, queste tariffe dovranno diminuire, con riduzioni diverse a secondo dei
settori d’importazione. In particolare, sottolinea l’analisi, il tasso
relativo al mercato delle calzature dovrà esser ridotto, entro il 2004, dal
24% del 2001 al 10% per articoli non sportivi e al 15% per gli articoli
sportivi (figura 7).
Il secondo cambiamento è la possibilità concessa ai grandi dettaglianti
cinesi di essere oggetto di una partecipazione di capitale straniero di
maggioranza. Prima dell’adesione alla WTO, per questi operatori era prevista
una semplice partecipazione azionaria straniera: la partecipazione massima
degli investitori stranieri non doveva quindi superare il 50%. Adesso invece
questi ultimi potranno assumere la partecipazione di maggioranza dei grandi
dettaglianti, anche se non avranno il diritto di possedere interamente
l’azienda. La ricerca suppone che, con queste premesse, i dettaglianti
saranno più idonei a distribuire prodotti esteri come le calzature
importate.
L’ultimo importante cambiamento da tener presente è la possibilità della
Cina, come di tutti i paesi stranieri, di presentare ricorso a procedimenti
attendibili (messi a disposizione dalla WTO) per la risoluzione di
controversie commerciali. Prima dell’adesione infatti nessuna terza parte
poteva intervenire nella risoluzione di eventuali controversie insorte in
rapporti commerciali tra la Cina e i paesi esteri. Di conseguenza, le
vertenze commerciali potevano protrarsi per anni, interrompendo
l’importazione dei prodotti in Cina e il flusso di entrate dell’impresa
importatrice anche per lunghi periodi di tempo.
Per chi cambiano le cose
Dopo aver analizzato i cambiamenti rilevanti per il mercato, è importante
capire però chi ne subisce l’influenza e in che modo. Soffermiamoci quindi
sugli impatti che tali cambiamenti avranno sugli operatori principali del
mercato calzaturiero cinese: i produttori cinesi, i produttori stranieri
(che esportano in Cina) e i consumatori cinesi.
I primi avranno di certo un maggiore accesso ai mercato stranieri. Anche se
molti tra questi, essendo dei piccoli produttori, non potranno in realtà
trarre vantaggio da questa opportunità, a causa dei costi d’esportazione che
rimarranno comunque elevati. Inoltre dovranno far fronte anche ad una
maggiore concorrenza, considerato che i produttori stranieri godranno di una
diminuzione dei costi per l’esportazione. Infine, sottolinea il rapporto,
per molti dei 2000 produttori cinesi di scarpe questo potrà significare la
chiusura dell’esercizio o la necessità di un consolidamento.
Per i produttori stranieri che esportano in Cina, invece, le prospettive
sembrano essere più promettenti. In genere, i cambiamenti dovuti
all’adesione alla WTO comporteranno una maggiore opportunità di esportare
prodotti al dettaglio. “Una riduzione delle tariffe e l’assenza di barriere
al commercio significano un maggior acceso al mercato cinese” si legge nel
rapporto. Potendo abbassare i prezzi al consumatore, aumenteranno così le
vendite globali di calzature in Cina. Le società straniere di esportazione
poi, sottolinea la ricerca, potranno verosimilmente esportare prodotti di
qualità medio bassa per competere con gli articoli prodotti in Cina di
fascia alta.
I consumatori del settore al dettaglio infine avranno probabilmente i
maggiori benefici. Con l’ingresso nel mercato di una quantità maggiore di
prodotti stranieri, infatti, la concorrenza costringerà a diminuire i prezzi
delle calzature prodotte su territorio nazionale. Inoltre, grazie
all’aumento delle importazioni straniere, i consumatori cinesi potranno
scegliere tra una gamma più ampia di calzature, compresi i modelli
tipicamente occidentali che attraggono i giovani professionisti cinesi
moderni.
Come esportare i prodotti in Cina
La legge cinese vieta alle aziende di effettuare direttamente
l’importazione, di ricevere cioè direttamente le merci. Gli imprenditori
italiani, che vogliono portare i loro prodotti dalla fabbrica nella nazione
d’origine fino ai consumatori cinesi, devono quindi affrontare una serie ben
precisa di procedure d’importazione e passare attraverso diversi canali
distributivi.
Per conoscere ogni soggetto coinvolto nelle fasi dell’esportazione (dalla
produzione delle calzature fino all’arrivo delle merci presso i negozi
cinesi), il rapporto ha adottato un approccio “dal produttore al
consumatore”, analizzando ogni anello della catena e mostrando i benefici ed
eventualmente gli svantaggi di ogni fase della procedura di esportazione.
Le procedure imposte dalle legge cinese sono molto semplici in realtà, ma le
norme da seguire per esportare in Cina calzature prodotte in altri paesi
altrettanto severe: il mancato rispetto rigoroso, infatti, può provocare
l’interruzione delle importazioni anche per lunghi periodi di tempo. Secondo
la ricerca, il primo passo per entrare nel mercato cinese è quello di
stipulare un contratto d’importazione con una società di importazione, o con
un’agenzia di distribuzione che ha la competenza legale per ricevere le
merci in territorio cinese.
Dopo la stipulazione di un contratto legale ed efficace, la società di
importazione (che può essere interamente cinese, ma anche una joint venture)
deve rivolgersi a un’agenzia di importazione che assume l’incarico della
gestione delle rimanenti fasi del processo di importazione. Questa deve
emettere a proprio nome una lettera di credito per la spedizione, la
prenotazione dello spazio per il trasporto del carico fino a destinazione e
deve anche provvedere all’assicurazione della merce. Nel frattempo, la
società di importazione sovrintende a queste fasi, affinché vengano svolte
in maniera legale e sollecita, per evitare che a fronte di illiceità il
carico sia trattenuto alla dogana.
“Solitamente, sono a carico della società di esportazione i costi di
spedizione per il trasporto del prodotto fino a destinazione” si legge nel
rapporto. Ulteriore costo aggiunto in questa fase è la tariffa doganale
sulle importazioni, che, come abbiamo citato sopra, fino all’ingresso nella
WTO corrisponde al 24% del valore dichiarato del prodotto. Lo stato impone
anche l’applicazione di un’IVA del 17% sul prodotto al dettaglio.
Il processo a questo punto si fa più complesso, a causa della gestione dei
canali di distribuzione. “Relativamente al percorso che i prodotti devono
seguire per essere presenti sul mercato cinese – si legge – bisogna
distinguere tra l’importazione di merci da parte di un’agenzia di
importazione e l’importazione diretta da parte di un agente di distribuzione
o di un grande dettagliante”. Nell’ultimo caso, ad esempio, si può evitare
di affidarsi ad un’agenzia. Nell’ipotesi in cui invece ci sia la sua
mediazione, sarà quest’ultima che dovrà fornire il prodotto al distributore.
In entrambi i casi comunque saranno aggiunte le tariffe previste al prezzo
del prodotto, che successivamente arriverà al dettagliante per la vendita.
La catena del sistema della distribuzione delle calzature importate in Cina
è stata realizzata in base alle interviste e all’analisi effettuata da
Bexcel. Ad ogni livello di distribuzione la società ha posizionato dei
moltiplicatori del prezzo medio delle scarpe (figura 8). A differenza di
quelli italiani, per i produttori di calzature cinesi la situazione è
diversa: i loro costi di produzione infatti sono molto contenuti. Inoltre,
come dice il rapporto, dato che i distributori, i dettaglianti e i grandi
magazzini ricavano profitti elevati dalla vendita di scarpe, alcuni
principali operatori locali posseggono proprie fabbriche, canali di
distribuzione e personale di vendita propri. Così integrando la catena della
distribuzione possono significativamente aumentare i profitti.
L’’importazione
Al fine di identificare il ruolo svolto da ogni operatore nell’importazione,
nella distribuzione e nella vendita, la ricerca esamina ciascuno dei
collegamenti nella catena dei canali di distribuzione. Il primo tassello è
costituito dagli agenti di importazione, la cui unica funzione principale è
quella di gestire operativamente le diverse fasi del processo di
importazione: il trasporto, l’esecuzione dei pagamenti, le richieste dei
permessi doganali, l’assicurazione e il pagamento delle imposte per il
carico. “Sempre più distributori infatti e perfino alcuni grandi magazzini –
si legge nella ricerca - possiedono una propria licenza d’importazione, che
determina un’importanza minore delle società d’importazione”. Prima, in Cina
solo questa tipologia di operatori poteva ottenere licenze per merci
straniere, mentre oggi anche gli agenti di distribuzione possono richiedere
la concessione dei diritti d’importazione.
L’attività tipica degli importatori è stata quindi assorbita nei compiti
delle società di distribuzione. Spesso poi i produttori stranieri scelgono
gli importatori solo se questi sono disposti a rinunciare a parte del
controllo della distribuzione dei prodotti sul mercato. Così, a importazione
avvenuta, possono riservarsi il diritto di decidere come distribuire la
merce.
La distribuzione
Il secondo tassello nella catena dell’importazione è rappresentato dai
distributori, che rivestono un ruolo importante nella vendita. Gran parte
dei marchi importati infatti viene smistata da loro, e sono ancora pochi i
negozi che scelgono di importare direttamente le calzature che vendono. “Le
scarpe importate solitamente – citando il rapporto – sono distribuite
soltanto da una o due società di distribuzione in una data città”. Queste
ultime possono operare a livello nazionale o regionale e il produttore
straniero può decidere poi di usarle entrambe, per una distribuzione
efficace sul territorio.
Se un’agente di distribuzione importa scarpe straniere sceglie poi
autonomamente a quali distributori vendere il prodotto. Proprio per questo
motivo le aziende straniere tendono a evitare gli agenti d’importazione,
optando invece per distributori che provvedono direttamente
all’importazione. In questo modo poi possono avere più controllo a livello
decisionale relativamente alle modalità di distribuzione delle calzature.
---- Inizio box
Come si vendono le calzature
I distributori utilizzano diversi metodi per vendere le calzature. “Il più
delle volte – spiega la ricerca – affittano un banco o uno spazio in vendita
in un grande magazzino o in un centro commerciale di vaste proporzioni”. In
questo caso è l’agente che vende le calzature al banco o dallo spazio di
vendita e trattiene la maggior parte dei profitti. Gli agenti devono, per
poter utilizzare lo spazio loro concesso, versare al grande magazzino un
affitto o una commissione fissa. Altrimenti, i distributori possono vendere
molte paia di calzature ad un grande magazzino o a un negozio specializzato,
che a sua volta è direttamente responsabile della vendita delle scarpe. Le
grandi società di distribuzione o le aziende di distribuzione nazionale in
particolare possono poi vendere i loro prodotti ad un distributore
secondario, solitamente modesto o di livello regionale, per la distribuzione
più capillare delle calzature.
---- Fine box
La vendita
La vendita è l’ultimo tassello della catena dell’importazione delle scarpe.
Attualmente sono i grandi magazzini a farla da padroni con la quota maggiore
nelle vendite delle calzature importate e rappresentano quindi i punti
principali di vendita dei prodotti di questo genere. Ma qual è la loro
politica commerciale? Come si accennava sopra, esistono due tipi di grandi
magazzini: quelli che smerciano i prodotti tramite agenti di distribuzione e
quelli che importano e vendono direttamente gli articoli. I primi operano
appaltando agli agenti spazi per la vendita e delegando quindi loro la
responsabilità delle vendite effettive. I secondi invece, che non si
avvalgono dell’agente di importazione, agiscono autonomamente e gestiscono
le scorte e le vendite da soli.
I grandi magazzini di fascia bassa tendono frequentemente, secondo la
ricerca, ad avvalersi di agenti, che si assumono il rischio di smerciare le
calzature. Quelli di proporzioni più vaste generalmente si gestiscono
autonomamente, perché dispongono della stabilità finanziaria necessaria ad
assumersi il rischio di vendere prodotti costosi. Altri operatori della
vendita sono i negozi al dettaglio, o negozi specializzati, che
costituiscono una piccola percentuale delle calzature importate in Cina.
Sono collocati solo in zone lussuose delle città ed hanno generalmente
prezzi elevati, tanto che la maggior parte dei consumatori cinesi non può
permettersi di acquistare i loro prodotti. I negozi al dettaglio possono
essere di due tipi: monomarca, che vendono cioè articoli di una sola marca e
multimarca, che vendono per tipologia di prodotto solo un numero limitato di
marche. In entrambi i casi vi è comunque una possibilità di scelta
decisamente limitata rispetto ad un grande magazzino, e i prezzi sono
elevati, considerando l’alto costo sostenuto per l’importazione e anche il
tipo di clientela a cui si rivolgono (i consumatori di alta fascia). Le
vendite con questi prezzi non possono che essere modeste, e la
localizzazione dei punti vendita fa sì che il mercato di riferimento sia
solo una piccola quota di quello globale della calzatura cinese.
Come distribuire le proprie calzature in Cina
Affianco ai distributori classici, come gli agenti d’importazione di cui
abbiamo parlato prima, esistono altri due metodi, che si stanno diffondendo
con l’apertura del mercato cinese. A questi due diversi modelli di
distribuzione la ricerca ha dedicato molto spazio, analizzandone vantaggi e
svantaggi. Vediamo più concisamente in che cosa consistono.
Alcuni produttori stranieri hanno deciso di realizzare società o registrare
filali della propria azienda in Cina per distribuire direttamente i
prodotti. Queste infatti assumono le stesse caratteristiche di un
distributore nazionale. Per portare le calzature in Cina la filiale deve
innanzitutto trovare una società cinese di import-export e assicurarsi che
le procedure siano rispettate. Poi si deve preoccupare di trovare un grande
magazzino o un negozio specializzato per la distribuzione. E il gioco è
fatto.
I vantaggi derivati dalla creazione di una filiale di questo tipo,
sottolinea il rapporto, sono diversi: innanzitutto un’ottima competenza del
prodotto e del marchio dell’azienda da parte della filiale, che riesce
quindi a rendersi conto dell’unicità dell’articolo da vendere e di come
questo dovrà inserirsi nel mercato cinese. “Difficilmente il marchio subisce
danni quando il prodotto viene importato da un’azienda affiliata della
società di produzione straniera” si legge nella ricerca. Così si limitano i
rischi a lungo termine e inoltre con un’apertura ulteriore del mercato
cinese la società straniera potrà evitare i costi di transizione, non
dovendo apportare modifiche sostanziali a un sistema di distribuzione di
questa portata. Gli svantaggi però ci sono. Le spese da sostenere per
fondare una filiale di distribuzione infatti sono molto elevate. E poi
bisogna tenere in considerazione che tali filiali non hanno con i
distributori gli stessi rapporti che questi punti vendita mantengono con un
agente cinese. Di qui ne deriva che, come si legge nel rapporto, l’affitto
di un banco o di uno spazio di vendita può risultare molto dispendioso. Se
il prodotto poi non dovesse avere un marchio di prestigio, le filiali di
distribuzione non saranno in grado di entrare nei centri commerciali più
importanti. Gli agenti invece, mantenendo molti contatti con i grandi
magazzini di vaste proporzioni e distribuendo molti marchi, hanno la
possibilità di negoziare e strappare un accordo ai grandi centri
commerciali, affinché questi permettano l’introduzione di alcuni prodotti
anche se meno noti.
Con l’ingresso della Cina nella WTO le filiali di distribuzione
rappresenteranno, come sottolinea la ricerca, “un mezzo di transizione
eccellente dall’attuale mercato delle importazioni, fortemente controllato”.
E’ anche vero però che queste realtà dovranno scontrarsi con la concorrenza
delle sempre più numerose joint venture di calzaturifici cinesi, che possono
produrre e distribuire le calzature senza restrizioni in Cina. Attrezzate
per far fronte ai veloci cambiamenti di stile e alle più diverse preferenze
dei consumatori, le joint venture sono l’alternativa alle filiali e alla
classica distribuzione. Queste aziende producono scarpe sul territorio
cinese, approfittando dei bassi costi di produzione, dell’affitto e della
manodopera a buon mercato, e delle materie prime poco costose. E una volta
terminato il processo di lavorazione, appongono semplicemente il loro
marchio al prodotto.
Situazione diversa per le aziende straniere che producono sia in Cina sia
nel paese di origine: importando in Cina una quantità limitata di scarpe
prodotte presso lo stabilimento estero, le vendono in negozi e in rivendite
di fascia alta, “per promuovere lo status del proprio marchio” come si legge
nella ricerca. Ma le importazioni in realtà servono semplicemente a vendere
le calzature, generalmente molto più alla portata del consumatore cinese
medio, legate, tramite il marchio, ai modelli di alta fascia importati.
Secondo il rapporto, la joint venture offre vantaggi in termini di costi sia
nella produzione, sia nella distribuzione delle scarpe in quanto i prezzi
degli articoli sono generalmente più bassi. Non solo perché produrre in Cina
è meno costoso, ma perché non si pagano le tasse e i dazi dovuti in caso di
importazione. Nonostante le scarpe infatti siano prodotte per conto di una
società estera, non vengono considerate un’importazione e pertanto non sono
soggette a tassazione speciale. I margini di profitto di una joint venture
sono per queste ragioni elevati e i suoi prodotti possono raggiungere gran
parte dei consumatori cinesi, grazie ai bassi prezzi.
Il rovescio della medaglia c’è ovviamente. Un problema non da poco è infatti
la svalutazione del valore originale del marchio. Innanzitutto è molto
difficile effettuare un controllo puntuale sulla qualità dei prodotti con
pochi lavoratori qualificati e materie prime di bassa qualità. Inoltre la
joint venture diminuisce la reputazione delle merci, che non vengono
dichiarate come prodotte in un paese europeo.
(fine prima parte)
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